Ferruzzano: tra abbandono e tutela della biodiversità





DOVE CI TROVIAMO


Per raggiungere il vecchio nucleo abitato, percorriamo la Strada statale 106, direzione Reggio Calabria. Provenendo da nord, superiamo Bovalino Marina, il bivio che porta a S. Luca, Bianco e Africo Nuovo, e incontriamo Ferruzzano Marina. Qui sarà salterà all'occhio una serie di casette a schiere e di villini sorti negli anni recenti (che compongono un paesaggio totalmente distopico rispetto al contesto).


Svoltando al bivio, qui si prosegue per qualche km fino a incontrare contrada Saccuti (o baracche), dove si costruirono delle abitazioni provvisorie a seguito del terremoto del ‘900. Vi sono una vecchia fontana e una piccola chiesa. Svoltando qualche curva e ammirando la costa, si arriva al borgo.



STORIA


L’etimologia del nome deriva da due termini dialettali: Ferru e Nzanu, rispettivamente ferro e sano, forte.

Tale nome è probabilmente legato al ruolo difensivo che ebbe il borgo al momento della sua fondazione, nel XVI secolo, per difendersi dalle incursioni saracene. Quando le minacce cessarono il borgo perse le sue funzioni difensive e gli abitanti si avvicinarono progressivamente alla costa, specie a seguito del tragico evento sismico del 1907 che distrusse anche altri paesi dell’entroterra aspromontano (come Zammarò e Parghelia).

Il paese è incastonato tra i monti e abbracciato da rocce biancastre, quasi in bilico tra i suoi 475 metri di altezza e lo strapiombo sul mare.


DEMOGRAFIA E DISASTRI


Dopo l’Unità d’Italia, sul finire dell’Ottocento, la vita del paese conobbe una grande vivacità attraendo persone e professionalità dai paesi della Piana (Oppido, Seminara): vi giunsero artigiani, calzolai, muratori, sarti, fabbri ferrai, falegnami. Più o meno nello stesso periodo iniziò il processo inverso: le partenze per l’America per ragioni lavorative.

Il fortissimo terremoto del 23 ottobre 1907 colpì i centri del litorale ionico meridionale della Calabria, situati sulle pendici sud-orientali dell’Aspromonte. La stima dei danni fu catastrofica: morirono 167 persone, di cui 158 solo a Ferruzzano. Le case crollano a causa della loro fragilità: costruite con materiali poveri, in genere senza fondamenta.

Negli anni 2000 (2007) – come ricorda Vito Teti nel suo “Terra Inquieta” - a testimonianza di ciò, il Comune di Ferruzzano inaugurò una mostra fotografica in ricordo del terribile flagello che sventrò il cuore dei piccoli borghi.



QUELLO CHE RESTA


Per quanto quasi totalmente abbandonato, percorrendo le strette vie di Ferruzzano si odono suoni di molti animali: è la gente che va e viene dal Paese Vecchio, dove mantiene l’orto e coltiva vite ed ulivi.

La stessa festa del santo patrono riporta la memoria alla riappropriazione del territorio abbandonato:

il primo venerdì di agosto, di sera, San Giuseppe viene portato in processione a Ferruzzano Marina. Il sabato viene trasferito a contrada Saccuti e anche qui portato in processione. La domenica si svolge un pellegrinaggio da Saccuti all’antico Ferruzzano, con una processione conclusiva nelle antiche strade.



UNICITA’


Spostandosi dal centro dell’insediamento verso il bosco di Rudina, si scorge Rocca Carruso: una torre sulla sommità della collina da cui è visibile la costa, la fiumara La Verde e il nucleo abitato di Africo nuovo.

Il bosco mantiene un’enorme biodiversità ed è stato nominato (Sito di interesse Comunitario). Lungo il percorso all’interno del bosco sono presenti un numero altissimo di Palmenti, 160: si tratta di vasche scavate nella roccia la cui funzione era quella della pigiatura del vino per ottenere il mosto. L’interesse per tali vasche avvenne grazie allo studio del professor Orlando Sculli, originario del luogo; per la maggior parte risalenti all’epoca bizantina ma tra le quali ve ne sono alcune datate al periodo ellenistico.

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